martedì 17 dicembre 2013

PARAFRASI INFERNO CANTO 26 ULISSE

Parafrasi del canto 26 dell'Inferno di Dante, dai vv. 76 a 142

Dante e Virgilio si trovano all'inizio dell'ottavo cerchio che prende il nome di Malebolge perché formato da 10 buche (bolge) di forma circolare dove si trovano i fraudolenti e gli ingannatori, cioè coloro che servendosi dell'eloquenza ne fecero strumento di inganno. Nell'ottava bolgia, ci sono un'infinità di fiamme, ognuna delle quali contiene l'anima di un dannato. Ma l'attenzione di Dante è attirata da una fiamma che ha una doppia punta. Virgilio allora lo informa che in quella fiamma bruciano due anime: quella di Ulisse e quella di Diomede e, assecondando il desiderio di Dante, rivolge la parola ai due mitici personaggi.

Parafrasi vv. 76-142
Dopo che la fiamma fu venuta vicino a noi, lì dove alla mia guida parve il momento e il luogo adatto, io lo udii parlare in questo modo: "O voi che siete in due dentro una sola fiamma, se io ho qualche merito presso di voi, piccolo o grande che sia, quando scrissi i versi dell'Eneide, non vi muovete, ma uno di voi due mi dica dove è andato a morire dopo aver perso la via.

La punta più alta di quella antica fiamma iniziò allora a piegarsi, mormorando come se fosse agitata da un forte vento, quindi muovendo la punta in qua e in là, come fosse una lingua che sta parlando, fece uscire la voce e disse:

"Quando me ne andai da Circe, che mi tenne con lei, vicino a Gaeta - prima che Enea la chiamasse così -, per più di un anno, ne' la tenerezza verso mio figlio, ne' la pietà per il mio vecchio padre, ne' il sentimento di fedeltà che doveva far felice mia moglie, poterono vincere il fuoco che avevo dentro di conoscere il mondo e gli uomini, con le loro debolezze e le loro virtù.

Me ne andai per mare con una barca soltanto e con quei pochi compagni che non mi avevano abbandonato.
Alla fine giunsi sulle coste della Spagna, del Marocco, della Sardegna e su tutte le coste bagnate dal mare (Mediterraneo). Io e i miei compagni eravamo ormai vecchi e lenti quando arrivammo allo stretto dove Ercole segnò i limiti oltre i quali l'uomo non doveva avventurarsi (--->sono le colonne di Ercole), sul lato destro avevo superato Siviglia e sulla sinistra Ceuta.

"O fratelli - dissi - che attraverso cento pericoli siete arrivati al limite occidentale del mondo, ormai ci resta solo un po' di vita, non negatevi l'esperienza di esplorare questo mondo disabitato seguendo la direzione del sole, verso Occidente. Pensate alla vostra origine: non siete nati per vivere come bruti, ma per perseguire la virtù e la conoscenza."

Le mie parole resero i miei compagni così entusiasti di partire che a malapena, dopo, avrei potuto trattenerli; quindi, girata la poppa verso oriente, trasformammo i remi in ali per il nostro folle volo, sempre avanzando sul lato sinistro. La notte, ormai, ci mostrava tutte le stelle del polo antartico, mentre quelle del nostro (polo) erano tanto basse che non apparivano oltre la linea dell'orizzonte.

Da quando eravamo entrato nel difficile passaggio (le colonne di Ercole) l'emisfero inferiore della luna si era acceso e spento per cinque volte (erano passati 5 mesi): allora ci apparve una montagna che, per la distanza, sembrava scura e tanto alta come non ne avevo mai visto. A quella visione ci rallegrammo, ma subito la gioia si trasformò in pianto: da quella terra si alzò un turbine che sballottò la nave. Per tre volte la fece girare su se' stessa, alla quarta fece alzare la poppa e sprofondare la prua, e ci inabissammo come Dio volle.



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