mercoledì 18 dicembre 2013

COMMENTO CANTO 26 ULISSE

Una prima cosa che va detta sulla collocazione di Ulisse nelle Malebolge è che la sua anima non si trova qui per il suo viaggio oltre le colonne d'Ercole, ma per gli inganni che, insieme a Diomede, aveva architettato (furto del Palladio, il raggiro di Achille, il cavallo di Troia). Infatti Dante non vuole sapere perché è dannato, ma dove andò a morire perché, per tutti, questo restava ancora un grande mistero.
Un'altra cosa che colpisce, in questo canto, è che l'interlocutore (cioè colui che parla con le anime dei dannati) è Virgilio e non Dante, come avviene di solito.
Virgilio rappresenta, per l'età medioevale e per Dante stesso, la guida più autorevole che potesse esserci, sia per i suoi meriti letterari ed umani, sia perché incarnava il limite, seppur altissimo, cui poteva arrivare l'intelletto umano in quell'epoca.
Virgilio, cioè colui che ha accettato il limite della conoscenza, si trova ora a parlare con Ulisse che, invece, quel limite ha voluto superarlo andando incontro alla morte.
Dante utilizza la parola "volo" per esprimere il carattere dell'impresa di Ulisse, tanto ardita da poter essere paragonata ad un volo (cosa impensabile nel 300!), mentre l'aggettivo che sceglie per accompagnarla, cioè "folle", ci lascia intendere la condanna di quell'ardire da parte dell'autore della Commedia.
C'è, nelle parole di Dante, un'idea di eccesso, di "andare oltre" senza tener conto dei limiti e dei divieti, un'idea che troppa fiducia nel proprio ingegno non possa portare che al fallimento (come in effetti accadrà ad Ulisse).
La fiammella, dentro cui si trova il grande eroe omerico, il suo guizzante tremolìo e il suo tendere, naturalmente, verso l'alto rappresentano proprio la mortificazione dei desideri di Ulisse: egli resterà per sempre in questa sorta di "gabbia" e con lui vi rimarrà quella tensione, quella volontà di elevarsi e andare sempre oltre.
La differenza sostanziale fra l'Ulisse omerico e quello dantesco sta proprio in questo desiderio di conoscere: mentre Omero ci presenta un uomo-eroe che, pago di una vita avventurosa, ritorna ad Itaca e vi si ferma, Dante ci racconta di un Ulisse capace di lasciarsi tutto alle spalle, il proprio regno e gli affetti più cari, pur di seguire la propria vocazione. Egli abbandona il mondo conosciuto per avventurarsi in un mare aperto, tutto da scoprire, mai visto prima da altri occhi umani. Per far questo, Ulisse ha bisogno di un piccolo discorso da tenere ai suoi compagni (ormai tanto vicini da essere come "frati", fratelli, per lui): ad essi ricorda la brevità della vita e il suo fine ultimo e più importante, quello di raggiungere la conoscenza a qualunque costo. Ulisse ha una fiducia illimitata nelle proprie possibilità, supera le colonne di Ercole (che rappresentano, appunto, il limite umano della conoscenza) e va incontro alla sua tragedia: il mare inghiotte la nave ed Ulisse, insieme ai suoi compagni, viene punito con la morte per la sua terribile violazione----> il naufragio rappresenta quindi la riaffermazione di quei limiti non violabili, è un avviso per l'umanità intera a non abusare troppo del proprio ingegno.
Il Dante cristiano, quindi, condanna sì, fortemente, l'insaziabile desiderio di conoscenza dell'eroe greco, condanna il suo non aver compreso i limiti entro cui contenere questo desiderio, ma non può fare a meno di celebrarne il coraggio e di lasciarci intendere la grande ammirazione che prova per lui a livello umano.

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